sabato 26 marzo 2011

ATTUALISSIMO.............






Abuso d’ufficio, accusa archiviata per De Magistris. Il giudice: “Il fatto non sussiste”pubblicata da Salvatore Borsellino il giorno sabato 26 marzo 2011 alle ore 11.46
L'accusa è legata al non aver disposto, quando era pm a Catanzaro, le nuove indagini indicate da un Gip su un caso di una vittima di usura. Il reato è di poco conto. Ma questo è bastato ai nemici dell'europarlamentare per accumunarlo agli inquisiti sui quali indagava in Why Not e Poseidone


Per mesi questo rinvio a giudizio è stato la fonte di noie e grattacapi per Luigi De Magistris. Non per l’accusa in sé, omissione di atti di ufficio per non aver disposto, quando era pm a Catanzaro, le nuove indagini indicate da un Gip su un caso di una vittima di usura, ma perché i suoi nemici ne hanno approfittato accomunandolo agli inquisiti sui quali indagava in Why Not e Poseidone. In quelle inchieste De Magistris provò a scoperchiare il verminaio degli intrecci perversi tra magistratura, politica e massoneria, prima che gli venissero sottratti i fascicoli, per poi essere costretto ad abbandonare la Procura.

domenica 27 febbraio 2011

CHE VUOL DIRE ESSERE DI SINISTRA?

secondo la mia opinione
" ESSERE di SINISTRA " vuol dire:

di Vittorio Barbanotti
26 novembre 2010


Cosa vuol dire " ESSERE di SINISTRA "?

secondo la mia opinione "ESSERE di SINISTRA"
vuol dire non rinunciare MAI ai propri IDEALI ,
vuol dire COMBATTERE su ogni campo per portarli
avanti ..sapendo bene di essere nel giusto,
perseguire le lotte per i DIRITTI, per LA
GIUSTIZIA e LA LIBERTA', fino al loro trionfo
e non scoraggiarsi MAI dinanzi alle difficoltà
che sicuramente si potrebbero incontrare e che
sicuramente si incontreranno , portare avanti i
propri IDEALI non come semplici SLOGAN solo per
darci un'importanza ed un personalismo inesistenti,
SLOGAN che poi quando ti vengono alla nausea e
sei stanco di gridarli , cambi e ne cerchi altri,
perchè neghi a te stesso di non crederci più
neanche a quelli gridati fino ad ora e verso
i quali forse non hai mai creduto profondamente;

Per me " ESSERE di SINISTRA ", significa MANTENERE
la propria AUTONOMIA DI PENSIERO e non dover
rinunciare ad essa,solo per carrierismo Politico;

per me " ESSERE di SINISTRA ",significa AUTOCRITICA,
significa aver coraggio di guardarsi ogni tanto allo
specchio e domandarsi se magari in questo cammino
abbiamo sbagliato qualcosa, significa rispetto per
se stessi senza dimenticarsi di aver rispetto anche
per chi ti trovi di fronte con la consapevolezza
che il non rispetto (e non tollerabilità!)di
chi eventualmente ti dovresti trovare dinanzi,
rischierebbe di far trovare il tuo Nemico od
Antagonista del momento in una condizione di
vantaggio per sconfigerti.

Per me " ESSERE di SINISTRA", vuol dire poter dire
" SI " oppure " NO "anche al proprio Compagno/a
di Lotta se questi al momento non è conforme ai
nostri pensieri, dire " SI "oppure " NO ", ai
propri Dirigenti Politici, nel caso che si militasse
in un Partito piuttosto che in un'altro e avere il
coraggio di criticarli senza paura che il loro
Potere al momento di una mia contrarietà ,
possa bloccare la mia/nostra carriera Politica.
Ecco per me , cosa vuol dire "ESSERE di SINISTRA"!

.... e per voi cosa vuol dire "ESSERE di SINISTRA" ?

mercoledì 5 gennaio 2011

non c'e ipotesi di futuro

di Rita Pani -

A volte, presa dalla foga della discussione con amici o compagni, magari in una serata che scorre allegra e impastata dal fumo, quando mi si chiede cosa penso del domani di questo povero paese, mi vien spontaneo rispondere che a questo punto, sarebbe facile ritrovarsi l’esercito al governo. “Impossibile!” è la risposta categorica degli altri – l’Europa non lo permetterebbe! –


Poi il fumo esce dalla finestra, la notte passa, la mente ringrazia per la freschezza ritrovata, e anche io devo ammettere: “Impossibile!”

Impossibile non perché l’Europa non lo permetterebbe, ma perché siamo in Italia, un paese dove i golpe non sono più bianchi ma rosa, effettuati a colpi di troie o transessuali, di storielle tragicomiche raccontate da un manipolo di imbrattacarte pagati quanto un premio Nobel per la letteratura. L’Italia non è normale abbastanza perché un ministro della difesa fascista, possa decidere di far intervenire l’esercito e dichiararsi generale imperatore, nemmeno quando il popolo fosse pronto a “volere i colonnelli”.

Non è semplice immaginare il futuro dell’Italia, non lo sarebbe stato nemmeno per Nostradamus figuriamoci per noi, che ancora conserviamo il vizio di formulare pensieri inanellando le nostre conoscenze col rigore della logica. L’idea dell’esercito al governo nasce facile: il paese sta scoppiando di povertà, gli stipendi non vengono pagati, gli operai ridotti a schiavi vivono il ricatto del padrone, i sindacati o si sono venduti o sono stati resi inoffensivi con l’abrogazione dei diritti fondamentali, i cassintegrati non percepiranno quanto a loro dovuto perché i soldi non ci sono più, e anche avere la pensione inizia ad essere una sorta di miraggio. Vien da sé che uno stato – uno serio – si predisponga a sedare l’immancabile rivolta, e da qui due più due che fa sempre quattro.

Ma noi non siamo un paese serio, ed è bene dirlo ogni volta che si può. Stamattina, per esempio, la Questura di Roma esprime tutta la sua preoccupazione per le proteste che il governo – e parte dell’opposizione – si appresta a fare contro la decisione del Brasile di non estradare Cesare Battisti. “In questi giorni Piazza Navona si prepara a ricevere la Befana, potrebbe esserci un problema …” E c’è di peggio, perché la lega si è espressa chiaramente sulla questione Battisti: “Non concedere l’estradizione, non è da paese civile.” E se la lega si appella alla civiltà, è legittimo restare perplessi. Del resto un ragazzo ha passato qualche giorno in galera per aver sparato un petardo. Nemmeno la lega ha osato chiamarlo più ordigno e quel che resta di bossi, dopo aver appreso di non avere più il seguito di imbecilli intorno a casa sua, ha pensato bene di cambiare strategia, declassando “l’orribile e pericoloso attentato” in una più generica e meno terrificante “bravata”.

Non è semplice formulare ipotesi guardando troppo lontano, in questo paese. Guardando dentro il nostro portafoglio sarebbe semplicissimo, ma purtroppo hanno insegnato a guardare il dito che indica la luna, e il popolo inebetito ha imparato benissimo. Il governo che scende in piazza contro il suo stesso immobilismo, è decisamente emblematico. Ho sentito con le mie orecchie uomini con le scarpe troppo consumate per aver danari in tasca, discutere su Lula e Battisti, sull’estradizione e la galera. Come se davvero potesse interessarli, come se davvero fosse un problema per loro. E non che non lo sia, ma avrei voluto sapere perché la stessa preoccupazione, o la stessa ansia non fosse stata espressa sapendo che la mancata estradizione di un terrorista è figlia di anni di non governo e di abbandono, da parte di una cupola malavitosa impegnata solo ed esclusivamente dall’interesse privato di un uomo solo o di un’associazione a delinquere.

Ma non è un paese normale, e quindi ci sta tutto. Ci sta persino che sempre quel che resta di bossi, o la lega in generale, continui a usare il verbo “votare” come una minaccia, e non come ultimo invito alla democrazia. “O si fa il federalismo o si va a votare a marzo.” Persino la lega ha capito che non riuscirà a tenersi “il popolo padano” con sé, promettendo danari virtuali e continuando a rubare quelli veri di “Roma ladrona”. Allora si passa alle cimici trovate e non denunciate all’autorità giudiziaria, scavalcando le leggi di uno stato del quale sono ministri pur non appartenendo alla razza italiana, alle bombe abbandonate sui treni, agli incendi dei campi rom, alla guerra contro il sud d’Italia e ai soliti atti di un copione recitato sempre peggio e quindi sempre più noioso, di una tragicomica commedia che appena domani sarà storia. Purtroppo la nostra, quella di un popolo abbandonato a sé stesso e di cui non si riesce ad immaginare il futuro.

Rita Pani (APOLIDE)




Berlusconi non più giudicabile?


pubblicata da Alfredo Donnarumma
5 gennaio 2011
alle ore 21.03
La prova del nove per la nove per la nosta democrazia

Attualmente imputato per corruzione giudiziaria, falso in bilancio e frode fiscale, il Presidente insieme ai suoi alleati sta esercitando una pressione enorme sui membri della Corte, fino ad arrivare a minacciarli, nel tentativo vergognoso d'influenzare la sentenza e di garantire così che la decisione lo metta al di sopra della legge.

Questo è un assalto sfrontato al caposaldo della nostra democrazia: la separazione fra i poteri giudiziario, legislativo ed esecutivo. Un enorme grido pubblico in sostegno della Corte costituzionale e della sua autonomia potrebbe respingere l'eccessiva intromissione della politica e garantire che la Corte costituzionale implementi lo stato di diritto. Costruiamo la più grande petizione on-line della storia italiana per proteggere la nostra democrazia:

https://secure.avaaz.org/it/in_difesa_dei_giudici/?vl

Negli ultimi anni indagini e processi hanno screditato una grossa parte della classe politica, immischiata in affari di mafia, appalti truccati ed episodi di corruzione. I politici coinvolti si sono chiusi a riccio, promulgando leggi ad personam per evitare i processi e votando contro l'autorizzazione a procedere all'arresto dei parlamentari colpevoli.

Nel disperato tentativo di silenziare o ottenere sentenze favorevoli, gli stessi politici indagati o condannati hanno addirittura avviato una pericolosa propaganda contro i giudici, minacciando di avviare commissioni d'inchiesta sul loro lavoro, accusandoli di essere politicamente schierati e addirittura ipotizzando la loro insanità mentale.

Berlusconi, attualmente imputato in 3 processi, sta tentando nuovamente di ottenere l'immunità per essere al di sopra della legge. La Corte costituzionale, dopo aver bocciato due tentativi simili in passato, dovrà decidere sulla legittimità di una legge controversa che garantirebbe l'immunità di fatto al Presidente del Consiglio e a tutti i ministri. E la pressione sulla Corte sta raggiungendo il punto di ebollizione.
In questa guerra del potere esecutivo contro quello giudiziario, la vittima sacrificale è la salute della nostra democrazia. Costruiamo una petizione enorme per proteggere i giudici dagli attacchi dei politici in malafede, e difendiamo con forza la loro indipendenza dalle pressioni politiche! Firma subito e inoltra l'e-mail a tutti i tuoi amici:

https://secure.avaaz.org/it/in_difesa_dei_giudici/?vl


Insieme abbiamo dimostrato che possiamo vincere: l'anno scorso abbiamo respinto la "legge bavaglio", promossa da Berlusconi per silenziare i media e rendere più difficili le indagini giudiziarie. Se i cittadini decidono di unire le forze per imporre un cambiamento nel mondo, non ci può essere politico di turno o grande azienda che possa fermarli: la nostra passione ci rende più uniti e più potenti.

https://secure.avaaz.org/it/in_difesa_dei_giudici/?vl

Con speranza e determinazione

giovedì 11 febbraio 2010

L' ITALIA del dopo guerra e' nata dalla mafia......




Se leggete con attenzione il mio blog, vi accorgerete
che la mafia l'ha permeata sin dal primo momento.

IN QUESTO BLOG CI SONO una serie di copia/incolla di vecchi
appunti.Inoltre molte pagine prese dalla rete, una serie di
articoli e le storie che partendo dall' accordo di Lucky
Luciano con l' intelligence USA (che allora non era ancora
la CIA), attraverso vari avvenimenti, servono a delineare
con chiarezza e in modo conseguenziale il " file rouge"
che, dalla Sicilia del 1940 ritorna alla Sicilia di oggi, dopo
aver toccato nel tempo vari posti nel mondo e coinvolto energie le
più disparate.

Alcuni spunti?

I misteri : l' 'Evis, la morte di Giuliano, di Anastasia,

di Pisciotta, di Mattei, di Moro, di Sindona, di Calvi, di Pecorelli,

di Dalla Chiesa,Mattarella,Falcone,Borsellino,i tentataivi di golpe,

i servizi deviati, Stay Behind, Gladio,le stragi di Milano, Brescia,

Bologna,l' attentato al Papa, a Banca Privata, lo IOR,gli attentati

dal 1992 al 1994, Tangentopoli, Mani Pulite e via diseguito.


E l' onnipresente Massoneria deviata e la P2.


Strano a dirsi questo file rouge io lo vedo e vedo dove ci sta
portando,ma cercare di delinearlo ad altri diventa difficoltoso,
specie se bisogna metterlo per iscritto.
Conosco qualcosa in più di quel giornalista famoso,non fosse
altro che per l' età......N.L.R.


NEGARE L'ESISTENZA DI QUESTO "FILE ROUGE E' IMPOSSIBILE"

OGGI, MAGARI, POTREBBE AIUTARE, NOI ITALIANI, ALMENO A

CAPIRE CHI SIAMO ..E ANCHE, IN TALUNI CASI, A CERCARE

DI DECIDERE PER QUALE FAZIONE VOTARE..OGNI QUALVOLTA

CE NE VIENE DATA L'OCCASIONE.....




GENESI di Bruno Panuccio


È la mafia er gran puparo,

è la madre der partito,

co’ la droga e il suo denaro,

Forza Italia ha partorito.




Da li debiti strozzato,

Berlusconi scese a patti,

da Bettino ha ereditato,

le sue trame e i suoi ricatti.


Su Dell’utri ambasciatore,

che la Cupola ha investito,

diventando senatore,

er futuro è garantito.


E’ ‘na storia vecchia e nota,

e mò rispunta dar passato,

c’è chi oggi fa l’idiota,

ed appar meravigliato:



c’è chi nega l’evidenza,

c’è chi mostra gran stupore,

sotterrata è la coscienza,

de li complici a ‘st’ orrore !!!


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GIORGIO GABER:



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QUESTO BLOG E' DA LEGGERE A POCO ALLA VOLTA
per non sentirsi sopraffare e poi affogare nella melma




..e allora se tirassimo i remi in barca e lasciassimo che,
una buona volta, venisse alla luce con chiarezza e limpidezza
uno splendido stato mafioso,un bello stato del malaffare?

Rendiamo la Mafia legale.

Toglieremmo ogni alibi e avremmo risolto tutti i problemi...
Politica, imprenditoria, lavoro salariato, autonomo,
immigrazione, giustizia...tutte finalmente in mano a
chi di dovere.

Finalmente quelli che fossero al governo camuffati da
non mafiosi lo potrebbero dire pubblicamente : sarebbe
tutto più semplice per tutti.

Vuoi essere mafioso?

si ?no?

Meglio si per tutti.

Certo qualche sacca di onestà, forse, resisterebbe...ma
forse neppure tanto.A tutti farebbe comodo poter ammettere
tranquillamente, anzi, più che ammettere, dichiarare senza
problemi azioni - un tempo- considerate delittuose o
indicate al publlico ludibrio come in odore di delinquenza,
di illegalità. Non necessariamente mafiose, solo illegali...
Non ci sarebbe più bisogno di chiedere il pizzo di nascosto,
magari le spese per il pizzo potrebbero essere utilmente
detassate, tutte le droghe si potrebbero commerciare legalmente
e prostituzione e schiavismo potrebbero avvenire alla luce
del sole.
I politici che lo volessero potrebbero essere corrotti, anzi
la corruzione potrebe divenire legale, depenalizzata di fatto
(vabbè che qui ci siamo già avviati...), come la droga.
Ed ecco che scomparirebbe.
Credo che diminuirebbero pure gli assassini per mafia.
Almeno quelli degli stupidi onesti che si oppongono
all'industria mafiosa.
Magari che si uccidano pure per decidere chi comanda e
chi no. Sono abituati così....
Forse si potrebbero pure evitare di fare le elezioni e così
si potrebbe risparmiare di spendere un bel po' di soldi.
Poi si potrebbero abbassare gli stipendi ai parlamentari
perchè potrebbero dichiarare regolarmente gli introiti che
oggi devono chiamarsi mazzete e corruzioni...

Sarebbe bello

Non so immaginare niente di realmente negativo in uno stato
organizzato così.
Sono così efficienti i mafiosi nella conduzione dei loro
affari: nonostante tuttoprosperano anno dopo anno e
diventano sempre più distribuiti e ramificati ...
Chissà cosa ne direbbero in Europa...magari si
riuscirebbe pure ad esportare il modello ..


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a volte e' bene rinfrescare, a noi stessi, la memoria:


"IL TRATTATO DEL NORD ATLANTICO (NATO)

Articolo 3

Al fine di conseguire con maggiore efficacia gli obiettivi del presente Trattato, le Parti, agendo individualmente e congiuntamente, in modo continuo ed effettivo, mediante lo sviluppo delle loro risorse e prestandosi reciproca assistenza, manterranno e svilupperanno la loro capacità individuale e collettiva di resistenza ad un attacco armato.

Articolo 4

Le Parti si consulteranno ogni qualvolta che, secondo il giudizio di una di esse, l'integrità territoriale, l'indipendenza politica o la sicurezza di una di esse siano minacciate.

Articolo 5

Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell'America settentrionale, sarà considerato quale attacco diretto contro tutte le Parti, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, assisterà la Parte o le Parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre Parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell'Atlantico settentrionale.

Ogni attacco armato di questo genere, e tutte le misure prese in conseguenza di esso, saranno immediatamente segnalate al Consiglio di Sicurezza.


Tali misure dovranno essere sospese non appena il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali .

Articolo 6

Agli effetti dell'art. 5, per attacco armato contro una o più Parti si intende un attacco armato:- contro il territorio di una di esse in Europa o nell'America settentrionale, contro i Dipartimenti algerini di Francia (2), contro il territorio della Turchia o contro le isole situate sotto la giurisdizione di una delle Parti della regione dell'Atlantico settentrionale a nord del Tropico del Cancro;- contro le forze, le navi o gli aeromobili di una delle Parti che si trovino su detti territori o in qualsiasi altra regione d'Europa nella quale alla data di entrata in vigore del presente Trattato siano stazionate forze di occupazione di una delle Parti, o che si trovino nel Mare Mediterraneo o nella zona dell'Atlantico a nord del Tropico del Cancro, o al di sopra di essi.

IN BASE ALL' ART.4 LA NATO PUO' INTERVENIRE NEL CASO RISULTI CHE IN UN PAESE MEBRO CI SIA UN "COLPO DI STATO".

IN BASE ALL' ART. 6, LA NATO PUO' INTERVENIRE A DIFESA DI UNA BASE AMERICANA IN ITALIA, GERMANIA ECC.


IN BASE ALL' ART. 6,

LA NATO PUO' INTERVENIRE

A DIFESA DI UNA BASE

AMERICANA IN ITALIA,

GERMANIA ECC.

Il primo punto fermo da cui partire :

1) il capitalismo liberista è caratterizzato dalla strategia a breve
termine del profitto immediato;

2) il capitalismo liberista occidentale è massimamente rappresentato
dalle Grandi Corporation USA (GCU) il cui nemico mortale è sempre stato il "comunismo", di cui lo "Stato Sociale" è l'espressione;

3) le più importanti GCU operano direttamente e indirettamente per
il Pentagono ;


4) dei Consigli d' Amministrazione(CdA) delle GCU fanno parte ex
Ufficiali delle FFAA che svolgono rilevante attività di lobbying
presso il Pentagono, facendo da tramite fra le esigenze delle FFAA
e le attività delle GCU;


5) la politica industriale e militare USA è praticamente indirizzata
dalle GCU e di conseguenza anche la politica estera USA;f. gli USA
sono a capo di diverse alleanze militari, la più importante delle
quali è la NATO;


6) nell' ambito della politica militare ed estera USA (e non solo)
hanno rilevante importanza i Servizi Segreti;


7) i Servizi Segreti USA sono stati inquinati, almeno a partire
dal 1940, dalla collusione con Cosa Nostra.Da questo punto fermo
bisognerà partire per dipanare il file rouge nel suo intorcinarsi,
traendo quannto serve per dimostrare quanto intuiamo e sappiamo.




mercoledì 10 febbraio 2010

pag. 27 ) FALCONE & BORSELLINO

Due giudici accomunati da uno stesso TRAGICO DESTINO.
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Biografia del giudice Giovanni Falcone

Nato a Palermo (via Castrofilippo) il 20 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna, Giovanni Falcone conseguì la laurea in Giurisprudenza nell'Università di Palermo nell'anno 1961, discutendo con lode una tesi sull' "Istruzione probatoria in diritto amministrativo". Era stato prima, dal '54, allievo del Liceo classico "Umberto"; e quindi aveva compiuto una breve esperienza presso l'Accademia navale di Livorno.
Dopo il concorso in magistratura, nel 1964, fu pretore a Lentini per trasferirsi subito come sostituto procuratore a Trapani, dove rimase per circa dodici anni. E in questa sede andò maturando progressivamente l'inclinazione e l'attitudine verso il settore penale: come egli stesso ebbe a dire, "era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava", nel contrasto con certi meccanismi "farraginosi e bizantini" particolarmente accentuati in campo civilistico.

A Palermo, all'indomani del tragico attentato al giudice Cesare Terranova (25 settembre 1979), cominciò a lavorare all'Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio '80 le indagini contro Rosario Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità statunitense, e che, d'altra parte, aveva visto il procuratore Gaetano Costa - ucciso poi nel giugno successivo - ostacolato da alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di ordini di cattura. Proprio in questa prima esperienza egli avvertì come nel perseguire i reati e le attività di ordine mafioso occorresse avviare indagini patrimoniali e bancarie (anche oltre oceano), e come, soprattutto, occorresse la ricostruzione di un quadro complessivo, una visione organica delle connessioni, la cui assenza, in passato, aveva provocato la "raffica delle assoluzioni".
Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, in via Pipitone Federico; lo sostituì Antonino Caponnetto, il quale riprese l'intento di assicurare agli inquirenti le condizioni più favorevoli nelle indagini sui delitti di mafia. Si costituì allora, per le necessità interne a queste indagini, il cosiddetto "pool antimafia", sul modello delle èquipes attive nel decennio precedente di fronte al fenomeno del terrorismo politico. Del gruppo faceva parte, oltre lo stesso Falcone, e i giudici Di Lello e Guarnotta, anche Paolo Borsellino, che aveva condotto l'inchiesta sull'omicidio, nel 1980, del capitano del Carabinieri Emanuele Basile.

Si può considerare una svolta, per la conoscenza non solo di determinati fatti di mafia, ma specialmente della struttura dell'organizzazione Cosa nostra, l'interrogatorio iniziato a Roma nel luglio '84 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della Criminalpol, del "pentito" Tommaso Buscetta.
I funzionani di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, furono uccisi nell'estate '85. Fu allora che si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due magistrati. I quali furono indotti, per motivi di sicurezza, a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell'Asinara.


Si giunse così - attraverso queste vicende drammatiche - alla sentenza di condanna a Cosa nostra del primo maxiprocesso, emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di assise di Palermo, presidente Alfonso Giordano, dopo ventidue mesi di udienze e trentasci giorni di riunione in camera di consiglio. L'ordinanza di rinvio a giudizio per i 475 imputati era stata depositata dall'Ufficio istruzione agli inizi di novembre di due anni prima.
Gli avvenimenti successivi risentirono con tutta evidenza in senso negativo di tale successo. Nel gennaio il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell'Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l'incarico, il consigliere Antonino Meli. Il quale avocò a sè‚ tutti gli atti. Sopraggiunse poi un nuovo episodio ad accentuare ulteriormente le tensioni nell'ambito dell'Ufficio stesso, un episodio che ebbe gravissime conseguenze su tutte le indagini antimafia. In seguito alle confessioni del "pentito" catanese Antonino Calderone, che avevano determinato una lunga serie di arresti (comunemente nota come "blitz delle Madonie"), Il magistrato inquirente di Termini Imerese si ritenne incompetente, e trasmise gli atti all'Ufficio palermitano. Ma il Meli, in contrasto con i giudici del pool rinvio le carte a Termini, in quanto i reati sarebbero stati commessi in quella giurisdizione. La Cassazione, allo scorcio dell'88, ratificò l'opinione del consigliere istruttore, negando la struttura unitaria e verticisti delle organizzazioni criminose, e affermando che queste, considerate nel loro complesso, sono dotate di "un ampia sfera decisionale, operano in ambito territoriale diverso ed hanno preponderante diversificazione soggettiva". Questa decisione sanciva giuridicamente la frantumazione delle indagini, che l'esperienza di Palermo aveva inteso superare. Il 30 luglio Falcone richiese di essere destinato a un altro ufficio. In autunno Meli gli rivolse l'accusa d'aver favorito in qualche modo il cavaliere del lavoro di Catania Carmelo Costanzo, e quindi sciolse il pool, come Borsellino aveva previsto fin dall'estate in un pubblico intervento, peraltro censurato dal Consiglio superiore. I giudici Di Lello e Conte si dimisero per protesta.

Su tutta questa vicenda del resto, nel giugno '92, durante un dibattito promosso a Palermo dalla rivista "Micromega", Borsellino ebbe a ricordare: "La protervia del consigliere istruttore Meli l'intervento nefasto della Corte di cassazione cominciato allora e continuato fino a oggi, non impedirono a Falcone di continuare a lavorare con impegno". Nonostante simili avvenimenti, infatti, sempre nel corso dell'88, Falcone aveva realizzato una importante operazione in collaborazione con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, denominata "lron Tower": grazie alla quale furono colpite le famiglie dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di eroina.
Il 20 giugno '89 si verificò il fallito e oscuro attentato dell'Addaura presso Mondello; a proposito del quale Falcone affermò "Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno

spinto qualcuno ad assassinarmi". Seguì subito l'episodio, sconcertante, del cosiddetto "corvo", ossia di alcune lettere anonime dirette ad accusare astiosamente lo stesso Falcone e altri. Le indagini relative furono compiute anche dall'Alto commissario per la lotta alla mafia, guidato dal prefetto D. Sica.
Una settimana dopo l'attentato il Consiglio superiore decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo. Nel gennaio '90 egli coordinò un'inchiesta che portò all'arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani, inchiesta che aveva preso l'avvio dalle confessioni del "pentito" Joe Cuffaro' il quale aveva rivelato che il mercantile Big John, battente bandiera cilena, aveva scaricato, nel gennaio '88, 596 chili di cocaina al largo delle coste di Castellammare del Golfo.
Nel corso dell'anno si sviluppa lo "scontro" con Leoluca Orlando, originato dall'incriminazione per calunnia nei confronti del "pentito" Pellegriti, il quale rivolgeva accuse al parlamentare europeo Salvo Lima. La polemica proseguì col ben noto argomento delle "carte nei cassetti": e che Falcone ritenne frutto di puro e semplice "cinismo politico".
Alle elezioni del 1990 dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura, Falcone, fu candidato per le liste "Movimento per la giustizia" e "Proposta 88" (nella circostanza collegate), con esito però negativo.
Intanto, fattisi più aspri i dissensi con l'allora procuratore P. Giammanco - sia sul piano valutativo, sia su quello etico, nella conduzione delle inchieste - egli accolse l'invito del vice-presidente del Consiglio dei ministri, C. Martelli, che aveva assunto l'interim del Ministero di grazia e giustizia, a dirigere gli Affari penali del ministero, assumendosi l'onere di coordinare una vasta materia, dalle proposte di riforme legislative alla collaborazione internazionale. Si apriva così un periodo - dal marzo del 1991 alla morte - caratterizzato da una attività intensa, volta a rendere più efficace l'azione della magistratura nella lotta contro il crimine. Falcone si impegnò a portare a termine quanto riteneva condizione indispensabile del rinnovamento: e cioè la razionalizzazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, e il coordinamento tra le varie procure. A quest'ultimo riguardo, caduta l'ipotesi iniziale, di affidare il delicato compito alle procure generali, la costituzione di procure distrettuali facenti capo ai procuratori della Repubblica parve la soluzione più idonea. Ma si poneva altresì l'istanza di un coordinamento di livello nazionale. Istituita nel novembre del '91 la Direzione nazionale antimafia, sulle funzioni di questa il giudice dunque si soffermò anche nel corso della sua audizione al Palazzo dei Marescialli del 22 marzo '92. "Io credo - egli chiarì in tale circostanza, secondo un resoconto della seduta pubblicato dal settimanale "L'Espresso" (7 giu. '92) - che il procuratore nazionale antimafia abbia il compito principale di rendere effettivo il coordinamento delle indagini, di garantire la funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni. Ritengo che questo dovrebbe essere un organismo di supporto e di sostegno per l'attività investigativa che va svolta esclusivamente dalle procure distrettuali antimafia".

La sua candidatura a questi compiti, peraltro, fu ostacolata in seno al Consiglio superiore della magistratura, il cui plenum, tuttavia, non aveva ancora assunto una decisione definitiva, quando sopraggiunse la strage di Capaci del 23 maggio. Frattanto - giova ricordarlo - una sentenza della prima sezione penale della Corte suprema di cassazione il 30 gennaio, sotto la presidenza di Arnaldo Valente (relatore Schiavotti) aveva riconosciuto la struttura verticale di Cosa nostra, e quindi la responsabilità dei componenti della "cupola" per quei delitti compiuti dagli associati, che presuppongano una decisione al vertice; inoltre aveva ribadito la validità e l'importanza delle chiamate in correità.


Insieme a Falcone, a Capaci, persero la vita la moglie Francesca Morvilio, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. All'esecrazione dell'assassinio, il 4 giugno si unì il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l'impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente.

(Profilo biografico tratto dal sito della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone )

"Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni.
Questa è la base di tutta la moralità umana."
(J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)


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Le caratteristiche della caparbietà, dell'allegria e della passione per il suo lavoro fanno di Borsellino una persona speciale, un esempio, capace di trasmettere dei valori positivi per le generazioni future. La triste tragedia del suo assassinio, come quella dell'amico e collega Giovanni Falcone, non va dimenticata per il semplice fatto che deve ancora essere raggiunto l'obiettivo di una vita: sconfiggere la mafia.

Paolo Borsellino nasce a Palermo il 19 gennaio 1940 in una famiglia borghese, nell'antico quartiere di origine araba della Kalsa. Entrambe i genitori sono farmacisti. Frequenta il Liceo classico "Meli" e si iscrive presso la facoltà di Giurisprudenza di Palermo: all'età di 22 anni consegue la laurea con il massimo dei voti.
Membro dell'esecutivo provinciale, delegato al congresso provinciale, nel periodo universitario Paolo Borsellino viene anche eletto come rappresentante studentesco nella lista del Fuan Fanalino.

Pochi giorni dopo la laurea subisce la perdita del padre. Prende così sulle sue spalle la responsabilità di provvedere alla famiglia. Si impegna con l'ordine dei farmacisti a tenere l'attività del padre fino al conseguimento della laurea in farmacia della sorella. Tra piccoli lavoretti e le ripetizioni Borsellino studia per il concorso in magistratura che supera nel 1963.

L'amore per la sua terra, per la giustizia gli danno quella spinta interiore che lo porta a diventare magistrato senza trascurare i doveri verso la sua famiglia. La professione di magistrato nella città di Palermo ha per lui un senso profondo.

Nel 1965 è uditore giudiziario presso il tribunale civile di Enna. Due anni più tardi ottiene il primo incarico direttivo: Pretore a Mazara del Vallo nel periodo successivo al terremoto.
Si sposa alla fine del 1968, e nel 1969 viene trasferito alla pretura di Monreale dove lavora in stretto contatto con il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile.

E' il 1975 quando Paolo Borsellino viene trasferito al tribunale di Palermo; a luglio entra all'Ufficio istruzione processi penali sotto la guida di Rocco Chinnici. Con il Capitano Basile lavora alla prima indagine sulla mafia: da questo momento comincia il suo grande impegno, senza sosta, per contrastare e sconfiggere l'organizzazione mafiosa.

Nel 1980 arriva l'arresto dei primi sei mafiosi. Nello stesso anno il capitano Basile viene ucciso in un agguato. Per la famiglia Borsellino arriva la prima scorta con le difficoltà che ne conseguono. Da questo momento il clima in casa Borsellino cambia: il giudice deve relazionarsi con i ragazzi della scorta che gli sono sempre a fianco e che cambieranno per sempre le sue abitudini e quelle della sua famiglia.

Borsellino, magistrato "di ottima intelligenza, di carattere serio e riservato, dignitoso e leale, dotato di particolare attitudine alle indagini istruttorie, definisce mediamente circa 400 procedimenti per anno" e negli anni si distingue "per l'impegno, lo zelo, la diligenza, che caratterizzano la sua opera". Per questi e altri lusinghieri giudizi a Borsellino viene conferita la nomina a magistrato d'appello con deliberazione in data 5 marzo 1980, dal Consiglio Superiore della Magistratura.

Anche nei periodi successivi continua a svolgere le sue funzioni presso l'ufficio d'istruzione del Tribunale, dando ulteriore, luminosa dimostrazione delle sue qualità, veramente eccezionali, di magistrato e, particolarmente, di giudice inquirente.

Viene costituito un pool che comprende quattro magistrati. Falcone, Borsellino e Barrile lavorano uno a fianco all'altro, sotto la guida di Rocco Chinnici. E' nei giovani la forza su cui contare per cambiare la mentalità della gente e i magistrati lo sanno. Vogliono scuotere le coscienze e sentire intorno a sé la stima della gente. Sia Giovanni Falcone sia Paolo Borsellino hanno sempre cercato la gente. Borsellino comincia a promuovere e a partecipare ai dibattiti nelle scuole, parla ai giovani nelle feste giovanili di piazza, alle tavole rotonde per spiegare e per sconfiggere una volta per sempre la cultura mafiosa.

Fino alla fine della sua vita Borsellino, nel tempo che gli rimane dopo il lavoro, cercherà di incontrare i giovani, di comunicargli questi nuovi sentimenti e di renderli protagonisti della lotta alla mafia.

Si chiede la promozione di pool di giudici inquirenti, coordinati tra loro ed in continuo contatto, il potenziamento della polizia giudiziaria, l'istituzione di nuove regole per la scelta dei giudici popolari e di controlli bancari per rintracciare i capitali mafiosi. I magistrati del pool pretendono l'intervento dello stato perché si rendono conto che il loro lavoro, da solo, non basta.

Chinnici scrive una lettera al presidente del tribunale di Palermo per sollecitare un encomio nei confronti di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, utile per eventuali incarichi direttivi futuri. L'encomio richiesto non arriverà.

Poi il dramma. Il 4 agosto 1983 viene ucciso il giudice Rocco Chinnici con un'autobomba. Borsellino è distrutto: dopo Basile anche Chinnici viene strappato alla vita. Il leader del pool, il punto di riferimento, viene a mancare.

A sostituire Chinnici arriva a Palermo il giudice Caponnetto e il pool, sempre più affiatato continua nell'incessante lavoro raggiungendo i primi risultati. Nel 1984 viene arrestato Vito Ciancimino e si pente Tommaso Buscetta: Borsellino sottolinea in ogni momento il ruolo fondamentale dei pentiti nelle indagini e nella preparazione dei processi.

Comincia la preparazione del Maxiprocesso e viene ucciso il commissario Beppe Montana. Ancora sangue, per fermare le persone più importanti nelle indagini sulla mafia e l'elenco dei morti è destinato ad aumentare. Il clima è terribile: Falcone e Borsellino vengono immediatamente trasferiti all'Asinara per concludere le memorie, predisporre gli atti senza correre ulteriori rischi.

All'inizio del maxiprocesso l'opinione pubblica inizia a criticare i magistrati, le scorte e il ruolo che si sono costruiti.
Conclusa la monumentale istruttoria del primo maxi-processo all'organizzazione criminale denominata "Cosa Nostra" insieme al collega Giovanni Falcone, unitamente al dott. Leonardo Guarnotta e al dott. Giuseppe Di Lello-Filinoli, Paolo Borsellino chiede il trasferimento alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Marsala per ricoprire l'incarico di Procuratore Capo. Il CSM, con una decisione storica e non priva di strascichi polemici accoglie la relativa istanza sulla base dei soli meriti professionali e dell'esperienza acquisita da Paolo Borsellino negando per la prima volta validità assoluta al criterio dell'anzianità.

Borsellino vive in un appartamento nella caserma dei carabinieri per risparmiare gli uomini della scorta. In suo aiuto arriva Diego Cavaliero, magistrato di prima nomina, lavorano tanto e con passione. Borsellino è un esempio per il giovane Cavaliero. Teme che la conclusione del maxiprocesso attenui l'attenzione sulla lotta alla mafia, che il clima scemi e si torni alla normalità e per questo Borsellino cerca la presenza dello Stato, incita la società civile a continuare le mobilitazioni per tenere desta l'attenzione sulla mafia e frenare chi pensa di poter piano piano ritornare alla normalità.

Il clima comincia a cambiare: il fronte unico che aveva portato a grandi vittorie della magistratura siciliana e che aveva visto l'opinione pubblica avvicinarsi agli uomini in prima linea e stringersi intorno a loro, comincia a cedere.

Nel 1987 Caponnetto è costretto a lasciare la guida del pool a causa di motivi di salute. Tutti a Palermo attendono la nomina di Giovanni Falcone al posto di Caponnetto, anche Borsellino è ottimista. Il CSM non è dello stesso parere e si diffonde il terrore di veder distruggere il pool. Borsellino scende in campo e comincia una vera e propria lotta politica: parla ovunque e racconta cosa stia accadendo alla procura di Palermo; sui giornali, in televisione, nei convegni, continua a lanciare l'allarme. A causa delle sue dichiarazioni Borsellino rischia il provvedimento disciplinare. Solo il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga interviene in suo appoggio chiedendo di indagare sulle dichiarazioni del magistrato per accertare cosa stia accadendo nel palazzo di giustizia di Palermo.

Il 31 luglio il CSM convoca Borsellino che rinnova le accuse e le sue perplessità. Il 14 settembre il CSM si pronuncia: è Antonino Meli, per anzianità, a prendere il posto che tutti aspettavano per Giovanni Falcone. Paolo Borsellino viene riabilitato, torna a Marsala e riprende a lavorare. Nuovi magistrati arrivano a dargli una mano, giovani e, a volte di prima nomina. Il suo modo di fare, il suo carisma ed i suo impegno in prima linea è contagiaso; lo affiancano con lo stesso fervore e con lo stesso coraggio nelle indagini su fatti di mafia. I pentiti cominciano a parlare: prendono forma le indagini su connessioni tra mafia e politica. Paolo Borsellino è convinto che per sconfiggere la mafia i pentiti abbiano un ruolo fondamentale. E' tuttavia convinto che i giudici debbano essere attenti, controllare e ricontrollare ogni dichiarazione, ricercare i riscontri ed intervenire solo quando ogni fatto sia provato. L'opera è lunga e complicata ma i risultati non tarderanno ad arrivare.

Da questo momento gli attacchi a Borsellino diventano forti ed incessanti. Le indiscrezioni su Falcone e Borsellino sono ormai quotidiane; si parla di candidature alla Camera o alla carica di Sindaco. I due magistrati smentiscono ogni cosa.

Comincia intanto il dibattito sull'istituzione della Superprocura e su chi porre a capo del nuovo organismo. Falcone, intanto, va a Roma come direttore degli affari penali e preme per l'istituzione della Superprocura. Si sente la necessità di coinvolgere le più alte cariche dello stato nella lotta alla mafia. La magistratura da sola non può farcela, con Falcone a Roma si ha un appoggio in più: Borsellino decide di tornare a Palermo, lo seguono il sostituto Ingroia e il maresciallo Canale. Maturati i requisiti per essere dichiarato idoneo alle funzioni direttive superiori - sia requirenti che giudicanti - pur rimanendo applicato alla Procura della Repubblica di Marsala Paolo Borsellino chiede e ottiene di essere trasferito alla Procura della Repubblica di Palermo con funzioni di Procuratore Aggiunto. Grazie alle sue indiscusse capacità investigative, una volta insediatesi presso la Procura di Palermo alla fine del 1991, è delegato al coordinamento dell'attività dei Sostituti facenti parte della Direzione Distrettuale Antimafia.

I Magistrati, con l'arrivo di Borsellino trovano nuova fiducia. A Borsellino vengono tolte le indagini sulla mafia di Palermo dal procuratore Giammanco, e gli vengono assegnate quelle di Agrigento e Trapani. Ricomincia a lavorare con l'impegno e la dedizione di sempre. Nuovi pentiti, nuove rivelazioni confermano il legame tra la mafia e la politica, riprendono gli attacchi al magistrato e lo sconforto ogni tanto si manifesta.

A Roma viene finalmente istituita la superprocura e vengono aperte le candidature; Falcone è il numero uno ma, anche questa volta, sa che non sarà facile. Borsellino lo sostiene a spada tratta sebbene non fosse d'accordo sulla sua partenza da Palermo. Il suo impegno aumenta quando viene resa nota la candidatura di Cordova. Borsellino esce allo scoperto, parla, dichiara, si muove: è di nuovo in prima linea. I due magistrati lottano uno a fianco all'altro, temono che la superprocura possa divenire un arma pericolosa se in possesso di magistrati che non conoscono la mafia siciliana.

Nel Maggio 1992 Giovanni Falcone raggiunge i numeri necessari per vincere l'elezione a superprocuratore. Borsellino e Falcone esultano, ma il giorno dopo nell'atto tristemente noto come la "strage di Capaci" Giovanni Falcone viene ucciso insieme alla moglie.

Paolo Borsellino soffre molto, il legame che ha con Falcone è speciale. Dalle prime indagini nel pool, alle serate insieme, alle battute per sdrammatizzare, ai momenti di lotta più dura quando insieme sembravano "intoccabili", al periodo forzato all'Asinara fino al distacco per Roma. Una vita speciale, quella dei due amici-magistrati, densa di passione e di amore per la propria terra. Due caratteri diversi, complementari tra loro, uno un po' più razionale l'altro più passionale, entrambi con un carisma, una forza d'animo ed uno spirito di abnegazione esemplari.

A Borsellino viene offerto di prendere il posto di Falcone nella candidatura alla superprocura, ma rifiuta. Resta a Palermo, nella procura dei veleni, per continuare la lotta alla mafia, diventando sempre più consapevole che qualcosa si è rotto e che il suo momento è vicino.

Vuole collaborare alle indagini sull'attentato di Capaci di competenza della procura di Caltanissetta. Le indagini proseguono, i pentiti aumentano e il giudice cerca di sentirne il più possibile. Arriva la volta dei pentiti Messina e Mutolo, ormai Cosa Nostra comincia ad avere sembianze conosciute. Spesso i pentiti hanno chiesto di parlare con Falcone o con Borsellino perché sapevano di potersi fidare, perché ne conoscevano le qualità morali e l'intuito investigativo. Continua a lottare per poter avere la delega per ascoltare il pentito Mutolo. Insiste e alla fine il 19 luglio 1992 alle 7 di mattina Giammanco gli comunica telefonicamente che finalmente avrà quella delega e potrà ascoltare Mutolo.

Lo stesso giorno Borsellino si reca a Villagrazia per rilassarsi. Si distende, va in barca con uno dei pochi amici rimasti. Dopo pranzo torna a Palermo per accompagnare la mamma dal medico: l'esplosione di un'autobomba sotto la casa di via D'Amelio strappa la vita al giudice Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta. E' il 19 luglio 1992.

Con il giudice perdono la vita gli agenti di scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, prima donna poliziotto a essere uccisa in un attentato di mafia.